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Parla Paolo De Coppi che ha scoperto cellule fetali nel liquido amniotico: «Ma la ricerca sulle embrionali deve andare avanti». di Simona Maggiorelli
Non si tratta di una banale riedizione della storica sfida fra Coppi e Bartali. Di stabilire cioè se sia meglio la ricerca sulle staminali embrionali o su quelle del liquido amniotico. Il progredire della conoscenza non ammette steccati ideologici, né dogmi religiosi. La circolazione delle idee e il confronto continuo con l’intera comunità scientifica è essenziale per ogni ricercatore. Ne è convinto Paolo De Coppi, lo scienziato trevigiano che ha ricavato cellule staminali dal liquido amniotico. È l’uomo del momento nel panorama internazionale della biomedicina. Da un osservatorio speciale per chi si occupa di ricerca, come quello londinese, racconta a Left la sua scoperta. E le importanti ricadute che potrebbe avere sulla terapia di malattie oggi incurabili. Pensando in modo particolare ai bambini. Da ricercatore ma «soprattutto da chirurgo pediatra», lavoro che da qualche anno svolge in qualità di primario al Great Ormond Street Hospital, il più importante ospedale pediatrico d’Europa.
Dottor De Coppi, quali scenari apre la sua scoperta? Lo vedremo nel lungo periodo. È presto per dirlo.
Da dove è nata l’intuizione che l’ha portata a scoprire le staminali fetali? Da chirurgo pediatra, per me era importante trovare una fonte di cellule staminali derivate dal feto. Utili per correggere da subito malformazioni fisiche gravi che eventualmente si potessero presentare nel neonato.
È partito da un’esigenza chirurgica concreta? Sì, l’idea di base era quella di cercare un modo per prelevare delle staminali nel modo meno invasivo possibile per il feto. Prenderle dal liquido amniotico prima della nascita, per poterle usare dopo. È il principio su cui si basa il trapianto autologo, che si fa nello stesso soggetto.
L’obiettivo? Creare delle banche di staminali del liquido amniotico. Per trapianti allogenici. Come si fa già oggi col cordone ombelicale. Offrendo la possibilità di trapiantare da un individuo donatore a uno ricevente, intendo dire a un qualsiasi altro malato che abbia bisogno di trapianto. Ma su questo siamo ancora a uno stadio di lavoro preliminare.
In che tempi potrà essere applicata questa sua scoperta? Difficile dirlo. Dipende da quanti ricercatori lavoreranno su queste cellule. Una ricerca progredisce tanto più in fretta quanti più ricercatori, in maniera indipendente, lavorano nello stesso campo. In modo da poter confermare o meno i risultati. Ma dipende anche da quanti fondi verranno stanziati per la ricerca su queste cellule.
Parliamo di decenni? Forse è troppo. Ma ci vorranno comunque un certo numero di anni prima che si arrivi a una piena utilizzazione. È ancora molto il lavoro da fare. Noi queste cellule le abbiamo semplicemente descritte. Ora dobbiamo arrivare alla conferma definitiva che possano veramente funzionare come ci sembra.
Cosa emerge finora? Dagli esami in vitro abbiamo rilevato che le staminali del liquido amniotico hanno la possibilità di generare diversi tipi di tessuti. Per esempio possono formare cellule del fegato, neuroni, cellule ossee adipociti, endotelio, quindi vasi e anche muscolo. Ma l’abbiamo dimostrato solo in provetta. In particolare abbiamo notato che nelle cavie riescono a integrarsi bene nel tessuto di tipo nervoso rigenerandolo e riescono anche a formare le ossa.
Questo significa che malattie degenerative come l’Alzeheimer potranno essere finalmente curate? È una prospettiva ancora lontana. Sappiamo che riescono a integrarsi nei tessuti nervosi. Potrebbero servire anche per le malattie degenerative, ma non lo sappiamo con certezza.
Che differenza c’è fra queste staminali e le altre? Le cellule che abbiamo individuato sono a mezza strada fra quelle embrionali e quelle adulte. Nel senso che hanno caratteristiche in comune con entrambe. Le possiamo definire cellule fetali, perché derivano dal feto, non dall’embrione. Con quelle adulte hanno in comune il fatto che, se iniettate in vivo, non formano tumori e che possono essere coltivate in maniera semplice. Non hanno bisogno di quelle che si chiamano cellule di supporto, che sono invece necessarie per la coltura delle cellule embrionali.
E rispetto alle staminali embrionali, che eminenti scienziati considerano le più promettenti? In comune hanno l’espressione di alcuni marker di superficie e il fatto che possono proliferare in vitro per lunghissimo tempo, cosa che le cellule adulte non possono fare.
Ha contatti con altri ricercatori italiani che lavorano sulle staminali? La comunità scientifica è sempre in contatto. Ci scambiamo i risultati a livello internazionale. Conosco personalmente il professor Giulio Cossu, un importante ricercatore in questo campo. A Parigi, collaboro con la professoressa Marina Cavazzana, un altro nome importante per le staminali.
Conosce anche il lavoro della professoressa Elena Cattaneo, una delle poche che in Italia lavora su linee cellulari embrionali? Conosco i risultati molto importanti ottenuti dalla professoressa Cattaneo. Persone come lei o Cossu sono ricercatori con anni e anni di esperienza. Sono molto più importanti di me. Lavorano per il progredire della conoscenza nell’ambito delle staminali in genere.
Quindi sa anche delle difficoltà che ci sono in Italia per chi lavora sulle staminali embrionali. Un gruppo di Ispra, per esempio, ha avuto ingenti finanziamenti europei. Ma poi ha dovuto rinunciarvi a causa del veto del Comitato di bioetica. E i finanziamenti sono andati a colleghi tedeschi. È un problema. Chi lavora sulle embrionali deve certamente continuare. Le staminali del liquido amniotico non sono alternative alle embrionali. Quello che abbiamo ottenuto è forse un tassello in più, senza togliere nulla all’importanza della ricerca sulle embrionali.
La convince lo stop alla ricerca sulle embrionali che la Chiesa vuole imporre? Io non uso le staminali per motivi etici. Preferisco continuare la ricerca su come derivare le embrionali senza dover danneggiare un embrione. Ma è un fatto personale. Al contrario penso che la ricerca sulle staminali embrionali debba assolutamente andare avanti.
La legislazione britannica (come quella belga e spagnola) consente anche la cosiddetta clonazione terapeutica. In Italia è invece vietata. Che opinione si è fatto? Credo che sia importante, non tanto e non solo per le ricadute concrete che può avere per la salute dei cittadini, quanto per i passi avanti nella conoscenza che lo studio della clonazione terapeutica porta con sé. In altre parole, il fatto di generare dei tessuti attraverso la clonazione è sicuramente un ramo molto importante della ricerca su cui, tra l’altro, Anthony Atala, direttore dell’Institute for regenerative medicine della Wake Forest University in North Carolina, in collaborazione con Robert Lanza, ha già lavorato pubblicando studi assai interessanti. Ma ciò che davvero serve al paziente forse sono più le conoscenze che possono derivare da questi studi che
l’uso diretto di queste tecniche. Lo stesso discorso vale per le staminali. Quello che serve è capire come funzionano le cellule che sono presenti nell’individuo. Poi arriveranno anche benefici più diretti per la salute dei pazienti.
È per questo che continua a lavorare anche come chirurgo pediatra? E perché a Londra? Qui sto continuando il lavoro che facevo a Padova, perché Londra mi permette di approfondire una serie di tecniche che in Italia era difficile poter sviluppare.
Per esempio? Mi interesso di malformazioni congenite e relative riparazioni. Qui ho l’opportunità di lavorare nel più importante ospedale europeo in campo pediatrico. In contatto con colleghi che arrivano da tutte le parti del mondo. Uno scambio culturale che altrove sarebbe difficile. E poi il lavoro che faccio qui mi permette di continuare sia la ricerca che la parte clinica.
Su che tipo di malformazioni interviene? Dal punto di vista chirurgico, su quelle che riguardano il torace e l’addome. Mi sono occupato di casi di assenza del muscolo diaframmatico, di assenza dell’esofago e di malformazioni che comportano l’assenza della parete addominale della pancia. Da qui è nato il mio interesse per la ricerca.
Si ritiene più un ricercatore o un chirurgo? Mi ritengo un medico. Ho voluto approfondire un certo campo della ricerca perché mi permetteva di rispondere a certe domande sorte in campo clinico. Le malformazioni nei bambini talvolta sono semplici da correggere. Altre volte manca talmente tanto tessuto che bisogna ricorrere a protesi sintetiche. Ad esempio il gorotex, materiale che tutti conoscono perché ci si fanno anche dei giubbotti. Ma l’impiego di questi materiali in chirurgia ha ripercussioni sulla qualità della vita. C’è il rischio di infezioni. E poi i bambini devono affrontare interventi che si susseguono nel tempo, perché questo è un materiale inerte che non cresce con il bambino.
Quando tornerà in Italia? Sono un ricercatore all’Università di Padova. Ho preso un’aspettativa di tre anni per lavorare qui a Londra. Se ci sarà la prospettiva di poter continuare questo lavoro in Italia, la speranza è quella di tornare.
Il suo percorso, fin dall’inizio, è stato piuttosto fortunato. Sì, devo dire che l’Università, insieme alla Fondazione città della speranza, ma anche il dipartimento di pediatria dell’Università di Padova mi hanno sempre sostenuto. Sono loro che mi hanno permesso di andare a Boston, per approfondire gli studi. E sono stati sempre loro a permettermi di venire a Londra. Ma non ho perso i contatti. Faccio il pendolare fra Londra e Padova.
Lei ha fatto ricerca in Italia, in America e Gran Bretagna. Tre sistemi assai diversi. Quali sono le maggiori differenze? Il sistema americano ha molti punti di forza. A cominciare dal fatto che sa attirare ricercatori da ogni parte del mondo, creando un eccezionale scambio di idee. Ma ha un altro elemento importante: quello di finanziare idee anche a scatola chiusa. L’enorme disponibilità di fondi permette anche di sviluppare ricerche che, sulla carta, sono ad alto rischio. Questo è lo specifico del sistema americano.
Invece il sistema britannico? È molto meritocratico. E l’età conta poco o niente. Qui, secondo una recente indagine, il 16 per cento di ricercatori ha 35 anni. La percentuale più alta al mondo di giovani. Io lo vedo tutti i giorni. Si investe moltissimo sui giovani, pur in presenza di un sistema basato su fondi statali. Cifre incomparabili con quelle italiane.
Come vede la situazione italiana dall’estero? Ci sono molti ricercatori bravi, in parecchie università. Ma pochi centri di eccellenza capaci di attirare persone dall’estero. È questo il grosso guaio.
Il problema allora non è la fuga dei cervelli? Anche negli altri Paesi i ricercatori migrano: lo scambio delle idee è importante. Il problema è che l’Italia non riesce ad attrarre ricercatori dall’estero. Questo fa sì che anche gli italiani che se ne vanno poi siano poco invogliati a rientrare.
Il problema in Italia è forse anche una distorta immagine di chi fa ricerca in biomedicina. Qualcuno li tratta come fossero dei Frankenstein. Invece la comunità scientifica ha al suo interno meccanismi di verifica e autocontrollo. Come funziona? Per qualsiasi lavoro scientifico, dal momento in cui nasce al momento della pubblicazione, passa molto tempo. Perché bisogna essere del tutto sicuri di ciò che si scrive.
Lei stesso, così ho letto, ha impiegato sette anni prima di riuscire a pubblicare il suo studio. La forza di una rivista scientifica si basa sulla capacità di saper giudicare un lavoro e affermare che è stato fatto in modo appropriato. Lo studio che ho firmato con Anthony Atala ha necessitato di sette anni per essere sviluppato, non per essere pubblicato. L’idea mi è venuta nel 2000 quando sono andato negli Usa. Ma ha avuto bisogno, come è normale, di molti esperimenti. La rivista su cui è apparso il lavoro è Nature biotechnology - una delle più serie - e, necessariamente, ha richiesto una revisione importante. 2 febbraio 2007 |