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Casa Bianca a Baghdad Stampa E-mail
Conto alla rovescia per la nuova superambasciata Usa in Iraq. Grande quanto la Città del Vaticano, farà ombra al
governo legittimo.

di Sofia Basso

Mentre a Washington democratici e repubblicani litigano sulla presenza americana in Iraq, a Baghdad si stanno concludendo i lavori per la super ambasciata Usa. Un progetto faraonico che non lascia dubbi su chi governa davvero il Paese. A preoccupare gli iracheni e le organizzazioni impegnate nella risoluzione del conflitto sono soprattutto le dimensioni della nuova struttura, che sarà grande quanto l’intera Città del Vaticano (misurerà 42 ettari, solo due in meno dello Stato Pontificio). Una vera e propria città nella città, che segnerà un record su ogni fronte. Sarà la più grande ambasciata al mondo: dieci volte quella che oggi detiene il primato, la sede americana a Pechino, e sei volte il complesso delle Nazioni Unite a New York. Ma anche la più costosa, con un bilancio approvato dal Congresso di 592 milioni di dollari.

La nuova struttura sarà anche la più fortificata (le misure di sicurezza, affidate ai Marines, saranno due volte e mezza quelle standard) e la più autonoma: si baserà al cento per cento su servizi propri, dai pozzi d’acqua ai generatori di energia elettrica. Così, mentre a Baghdad la gente sarà in balia di bombe e blackout, dentro il megabunker i diplomatici americani e i loro ospiti faranno il bagno in piscina e si rilasseranno all’aria condizionata dell’American club.

«Pensiamo che un’ambasciata di tali dimensioni sia un errore perché gli americani non devono avere nemmeno simbolicamente una tale influenza sul governo iracheno», lamenta Joost Hiltermann, direttore del Progetto per il Medio Oriente dell’International Crisis Group (Icg). «Anche la scelta di erigerla nell’area del palazzo presidenziale non ci sembra un buon segnale da mandare ai locali, che associano quei luoghi al vecchio regime. Baghdad è grande, potrebbero andare vicino all’aeroporto, dove c’è già una base americana protetta». Da qui la richiesta dell’Icg alla Casa Bianca di «abbandonare il progetto di superambasciata e costruire una sede di dimensioni ridotte in un luogo più neutro». Anche perché la questione del «Palazzo di George W.», come lo chiamano i locali, «emerge spesso nelle discussioni che abbiamo con gli iracheni», precisa Hiltermann. «La verità è che gli americani stanno governando il Paese sostituendosi al governo legittimo. Penso che Washington debba prendere per davvero in considerazione la riduzione della sua presenza in Iraq».

Il progetto, intanto, rimane avvolto dalla segretezza. Nessun giornalista è mai stato ammesso all’interno del megacantiere e il Dipartimento di Stato, contattato più volte da Left, non risponde nemmeno alle domande più semplici. Ma è difficile tenere nascosto un cantiere illuminato 24 ore su 24 in una corsa a terminare i lavori entro giugno. A illustrare nel dettaglio il piano, comunque, è un rapporto ufficiale alla Commissione per le relazioni estere del Senato americano: la nuova ambasciata sarà composta da 21 strutture e si svilupperà al confine con la Green Zone, lungo le sponde del Tigri, a ovest del Ponte 14 luglio e a circa un chilometro a sud dal Monumento al milite ignoto. Il progetto, sostiene il documento parlamentare, «dimostra che gli Stati Uniti sono impegnati a rimanere e ad assistere la missione irachena fino alla fine». Il New Office Building, affidato rigorosamente ad aziende americane, conterrà le porzioni riservate dell’ambasciata. Ad aggiudicarsi l’appalto per la parte più ampia della nuova cittadella diplomatica è stata invece la First Kuwaiti & Contracting, un’azienda del piccolo Stato confinante già finita nel mirino per sfruttamento e tratta dei lavoratori. Dall’agosto 2005, la First Kuwaiti ha portato sul cantiere qualche migliaio di lavoratori, quasi tutti asiatici, per costruire le ville per gli ambasciatori, le sedi per le rappresentanze di alcuni dipartimenti Usa, una scuola, sei palazzi con 619 monolocali e un edificio destinato al tempo libero, con palestra, centro di bellezza e altri spazi di ricreazione. Il Dipartimento di Stato ha sempre più problemi a mandare i propri funzionari nell’Iraq dilaniato dalla guerriglia e sta cercando il modo per garantire un soggiorno più sicuro e confortevole.

A rendere il progetto ancora più controverso, sono le pesanti accuse di violazione delle leggi del lavoro. Nel giugno scorso il soprintendente generale dei lavori, John Owen, si è dimesso denunciando «condizioni disumane per i lavoratori», quasi tutti stranieri, per diffidenza verso gli iracheni, sospettati di essere antiamericani o spie. «Ho parlato con molti lavoratori del cantiere - rievoca David Phinney, giornalista di diverse testate americane, dal Los Angeles Times alla Pbs, che ha svolto un’inchiesta sul caso per l’organizzazione non profit WatchCorp - e tanti mi hanno confermato che la First Kuwaiti li ha costretti ad andare a Baghdad». Phinney racconta di filippini, indiani e nepalesi senza un soldo attirati a Kuwait City con offerte di lavoro in hotel a quattro e cinque stelle e poi messi di fronte alla scelta tra ripagare di tasca loro il viaggio per tornare a casa, farsi arrestare perché privi di visto o accettare di essere trasferiti in Iraq. Una volta a Baghdad, denuncia Phinney, molti lavoratori si sono visti requisire il passaporto e così non potevano più andarsene: «Dopo il mio articolo, molti passaporti sono stati restituiti, ma le condizioni di vita rimangono pessime. L’orario quotidiano di lavoro è di 12-14 ore, sette giorni su sette, senza alcuna attenzione per la sicurezza dei dipendenti, con stipendi ridotti rispetto al pattuito». I “forzati” della superambasciata sono costretti a stiparsi in venti in rimorchi per due persone e a mangiare solo riso o cibo vecchio, con poca acqua e spesso senza docce e cambi di vestiario. «La lamentela più diffusa - riassume il giornalista - è che sono trattati come animali». Già ad aprile, il comando Usa in Iraq aveva diffuso un memorandum diretto a tutte le aziende che lavoravano per Washington chiedendo che restituissero i documenti di identità ritirati ai propri dipendenti. La nuova denuncia di Phinney ha fatto scattare un’inchiesta del Dipartimento di Stato che però procede a rilento.

Intanto dall’amministrazione Usa trapela la soddisfazione per il progetto, definito dal rapporto al Senato «uno sforzo senza precedenti per costruire un’ambasciata in una zona di guerra nei tempi e nei costi previsti. La maggioranza dei grandi progetti edili avviati in Iraq dal 2003 non hanno soddisfatto questi standard». La superambasciata, però, rischia di essere l’unica «missione compiuta» in Iraq dal governo americano. 

12 gennaio 2007

 
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