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Left n.2 del 12 gennaio 2007«Questa è la madre di tutte le vertenze. L’informazione italiana è a una svolta epocale». Parla Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione della stampa.
di Alberto Ferrigolo


I giornalisti italiani sono al loro 683esimo giorno senza contratto. Sedici di sciopero alle spalle (14 nelle tv) e scarse probabilità di chiudere un’intesa. Gli editori non scendono a patti. Molti i nodi, il principale riguarda l’utilizzo delle tante forme di precariato.

Le ragioni del conflitto le spiega Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, la Federazione nazionale stampa italiana: «Questa è la vertenza, la madre di tutte le vertenze. Perché il giornalismo italiano è al grande bivio della sua storia. Tutto il mondo del lavoro ha vissuto svolte epocali, ma per noi è la prima volta».

Eppure di crisi in editoria non ne sono mancate, giusto Serventi Longhi?
Abbiamo avuto crisi aziendali gravi e ce le siamo pagate con prepensionamenti e cassaintegrazioni, ma mai un attacco così diretto a occupazione e diritti. L’obiettivo è normalizzare il giornalismo. Mettere sotto controllo tutti i criteri di questa professione. Ideali inclusi.

Alcune redazioni sono veri e propri pachidermi.
Ora meno. Frequento i giornali, entro negli open space e alle 7 di sera sono deserti. Aumenta l’informazione ma gli addetti sono gli stessi. Il tentativo degli editori di spostare il lavoro fuori è un mezzo per ridurre il costo globale da tanti punti di vista. In prospettiva, anche degli addetti. Che diventa riduzione dell’autonomia, dell’indipendenza.

Vogliono far piazza pulita della categoria?
Dieci anni fa l’avvocato Zingoni della Fieg disse: “Bisogna ridurre di almeno un terzo il numero dei giornalisti perché le aziende non tengono”. Ci siamo. Gli editori puntano a un giornalismo di stampo nordamericano, senza redazioni. Il prodotto realizzato da poche decine di supermanager giornalisti al desk, che assemblano un prodotto di agenzie, agenzie di servizi, collaboratori, e Internet.

Spesso i prodotti giornalistici migliori vengono proprio dai free lance. Certe trasmissioni Rai e Mediaset si reggono così.
Sì. Penso che dobbiamo cambiare mentalità e concepire il giornalismo su più fronti. Da tre congressi parliamo di giornalismi. Il lavoro autonomo può essere una scelta e anche un’opportunità di vita che accresce la qualità dell’informazione. Ma per poterlo fare devi essere libero, indipendente, ricco… ben retribuito, ben pagato, con un minimo di sicurezza sul lavoro.

Il direttore della Stampa Giulio Anselmi ha denunciato un eccesso di rigidità nel mercato del lavoro dei giornalisti. Cosa obbietti?
Che semmai c’è liberalità totale. C’è rigidità nel lavoro a tempo indeterminato, dei contratti che rispondono alle leggi sul giornalismo e sul lavoro. Ma ci sono anche quelle che io non valuto come rigidità: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le leggi della Repubblica che dicono che in questo Paese non si può licenziare senza un giustificato motivo... Forse Anselmi parla del suo giornale.

Gli editori non sono uguali. Ci sono gli oltranzisti, i possibilisti, i disponibili persino a rompere il fronte Fieg.
C’è un dibattito sulla mobilità. Quando parlano di flessibilità, intendono questo. Cinque anni fa abbiamo chiuso un contratto a dir poco lacerante. Abbiamo rischiato la cotenna in una famosa assemblea all’hotel Ergife, e per poche decine di voti, per fare un contratto aperto a una mobilità contrattata, regolata, definita dai Comitati di redazione. Gli editori ancora ce lo rimproverano. Io però so che nella realtà non c’è un giornalismo ingessato. So che un giornalista del Corriere lavora in un gruppo editoriale che fa radio, multimedialità e decine di altre cose, perché è un gruppo grande, importante, dove c’è il Gotha della finanza e dell’imprenditoria nazionale. Quindi non può pensare che il suo lavoro - per la vita - sia scrivere un articolo o due al giorno e controllare le brevi delle agenzie. Non è più così.

Cos’è il giornalista oggi?
È mobile. Per definizione. L’informazione è ovunque. Sarebbe folle difendere la fissità. Dobbiamo evolvere statuti, regole, punti di riferimento per avviare un cambiamento contrattato che garantisca l’autonomia del singolo e dei collettivi.

Il ricorso a “esterni” appare quasi inevitabile.
Non nego che ci siano agenzie che forniscono servizi adeguati, dico che vengono utilizzate per ridurre i costi del 50 per cento. Non occupano giornalisti dipendenti, ma cococo, collaboratori, lavoro nero e fanno quel cavolo che gli pare.

Facciamo l’identikit dell’editore tipo.
Prendi Nichi Grauso. Ma potrei anche dire Cairo. I nuovi, i raider, quelli con pochi scrupoli e voglia di fare soldi, anche in relazione ai contributi dello Stato.

Come fanno i giornali?
Con una redazione di 10/15 persone, vecchi professionisti, senza amministrativi, se non la segretaria del direttore e dell’ad, e fanno il giornale in dieci. Poi si dotano di 150, 200 corrispondenti, forse pubblicisti, qualche free lance, che utilizzano la massa di informazioni che c’è su Internet…

O sulle agenzie.
Ma se non hanno neppure gli abbonamenti alle agenzie di stampa! Non hanno fonti primarie. Capisco che poi a Benedetto, l’ad dell’Espresso, o a Perricone di Rcs gli girino le scatole: “Perché io devo tenere centinaia di giornalisti dipendenti se quello fa i soldi con quattro gatti?”. Anche se poi non è vero, stanno sempre in bilico…

Cosa ti ha detto Grauso quando ha bussato alla Fnsi?
“Esoneratemi dagli scioperi, così colpiamo i grandi”. Eh, no. Noi non esoneriamo nessuno. I tuoi giornalisti devono poter scioperare, se vogliono. Tra l’altro, tu sei il simbolo di ciò che si sta realizzando nello sviluppo del precariato: il telelavoro da casa è la cancellazione del sistema produttivo basato sulle redazioni. Non esistono nemmeno i dieci giornalisti al desk, perché il desk lo fanno a Cagliari così come i call center sono a Bombay. Fossi De Benedetti o Perricone, direi alla Fnsi: “Sediamoci subito al tavolo e fronteggiamo questa dequalificazione dei giornali”.

È perché pensavano d’essere trattati meglio dal governo, che gli editori si sono irrigiditi?
In parte. S’aspettavano una più rapida approvazione della Legge 62, la ex 416 sull’editoria. Una riformetta che confermasse sostanzialmente i benefici e magari li rafforzasse.

Invece?
Si sono trovati una Finanziaria di lacrime e sangue, una situazione economica difficile e la legge Bersani che prevede un taglio netto delle provvidenze. Non tanto nel 2006-2007, quanto nel biennio 2008-2009. Però questa vertenza era aperta da due anni. Scioperiamo dal 2005, abbiamo ricercato anche la mediazione di Berlusconi ma rispetto al governo ci sono evidenti elementi di ricatto.

Ricatto? Puoi essere più esplicito.
Questi editori stanno ricattando il governo. Vogliono più soldi, più limitazioni all’espansione delle aziende di radio e tv, la possibilità di avere fette di mercato, pubblicità. Non solo dei contributi diretti. Attento, però. Perrone, editore del Secolo XIX, dice: “A me lo Stato paga solo le bollette telefoniche”. Ma se lo Stato dice che Mediaset non può superare certi limiti la “torta” pubblicitaria torna in discussione. Il governo, con la legge Gentiloni e non solo con la riforma Levi, sta facendo un lavoro a 360 gradi e loro devono capirlo. Penso che si vuole la resa dei conti con i giornalisti per fare l’operazione già fatta coi poligrafici: due terzi in meno. E fine del controllo sul processo produttivo. Oggi non fermano più nulla.

I giornali si possono fare in ogni caso.
Non so se si possono fare senza giornalisti, senza poligrafici sì. Trovi sempre una tipografia che nasce da poligrafici licenziati, alla fame, che ti stampa in emergenza. È successo, succede.

C’è del malpancismo nella controparte. I giornali cattolici, la Rai che ha rotto il fronte.
Il 25 gennaio andiamo a discutere con Petruccioli e Cappon della richiesta che la Rai ha fatto di aprire la contrattazione di secondo livello. Questa, cioè l’integrativo Rai, è un vero e proprio contratto bis. Il punto è delicato, perché non possiamo far cadere la posizione della Rai che è chiaramente di dissociazione dalla Fieg.

E oltre la Rai?
Ci sono quotidiani e settimanali cattolici, Avvenire, Famiglia Cristiana, le Paoline, Cremona, Como, Bergamo, la Lombardia dell’Assolombarda provinciale, che dice “non ne possiamo più di questo braccio di ferro”, i piccoli giornali sparsi ovunque.

Quanti incontri avete avuto con gli editori?
Pochi. Al tavolo sindacale abbiamo rotto subito.

Non avete discusso nulla?
Non siamo entrati nel merito. Abbiamo piattaforme palesemente contrapposte.

Che intenzioni hanno?
Non lo so. Mediazione, compromesso, punto di incontro, nulla è stato ricercato. Dopo due anni, non c’è nemmeno il negoziato.

Libero scrive che la vertenza non danneggia gli editori perché tanto spostano la pubblicità prima o dopo lo sciopero.
L’editore di Libero non ha questi problemi, perché facendo pressioni sui giornalisti e ricattando qualche precario riesce a far uscire il giornale. Direttore ed editore di Libero, come fanno anche altri di destra o sinistra, non ne faccio una questione politica. Chiedi a Rcs, Gruppo Espresso, Riffeser, a Ciancio Sanfilppo, alla Stampa quanto hanno perso, da cinque giorni di assenza consecutiva dall’edicola. Il 27 sono riusciti a recuperare? Hanno perso, hanno perso parecchio. Mi dispiace, non ne sono felice.

Eppure i manager editoriali si dividono stock option da capogiro. Non è una contraddizione?
Temo che ci sia un abbassamento del livello culturale dell’imprenditore medio e del management. La finanziarizzazione di molte grandi aziende ha dequalificato i quadri e la stessa passione industriale. Spiace che editori puri come Perrone o Ciancio Sanfilippo siano oggi tra i più duri. È incomprensibile. Famiglie che hanno sempre fatto i giornali per vera passione, forse anche di potere, ma pur sempre per i giornali non per far altro. Gli ultimi dati sulla pubblicità sono positivi. Hanno ridotto le tariffe ma aumentato in percentuale gli introiti. Sotto Natale sono usciti i femminili con 800, 900 pagine di cui l’80 per cento di pubblicità. Stanno bene.

Una copertina sul contratto rischia l’autoreferenzialità. In Italia il precariato è diffuso. Mobilità e flessibilità sono parole d’ordine generali. Con il solo “patto integrativo” di Repubblica o Corriere, dicono, ci si farebbe un buono stipendio.
Io osservo i dati dell’Inpgi, l’istituto di previdenza, e vedo che oggi un redattore con meno di dieci anni di anzianità, donna o uomo intorno ai 40/45 anni - si comincia ormai verso i 38/40 anni ad avere un rapporto di lavoro dipendente, quando si è fortunati - e vedo che vive con lo stipendio di un impiegato statale o privato sufficientemente qualificato. Meno di un quadro. Un giornalista alle prime armi guadagna 1.000/1.200 euro al mese. Poi c’è chi arriva a qualifiche dirigenziali. Un redattore capo di un grande giornale, con l’integrativo, porta a casa sui 4.000 euro, stipendio da alto quadro ai livelli della dirigenza. Questi sono i livelli retributivi, ma è sempre la “media del pollo” che porta la Fieg a dire che gli stipendi dei giornalisti sono intorno ai 60.000/65.000 euro lordi. In verità sono molto più bassi. Quando abbiamo programmato gli scioperi molti colleghi ci hanno detto: “Noi non ce la facciamo”. È un sacrificio. Questa professione è ormai al femminile, i giovani sono al 70 per cento ragazzi o ragazze.

Parliamo di precari e compensi.
Vedo pubblicisti di 30/32 anni saltabeccare da un contratto a termine a uno cococo per tre collaborazioni: l’articolo vale 5/7 euro, una notizia fino a 20 righe 2,50 euro... Parliamo di 600 euro al mese, questa è la realtà. È gente fuori dal sindacato, dalle regole, dalle protezioni. Decine di migliaia. Una situazione che non si regge. Non è possibile che ci sia un mercato del lavoro di 30.000, di cui 25.000 pubblicisti e 5.000 professionisti che stanno in queste condizioni.

Della liberalizzazione della professione cosa pensi?
Più liberalizzata della nostra! Quando si parla di Bersani, gli editori ci dicono che dobbiamo rispondere. Utilizzano e pescano tra i pubblicisti, tra i non pubblicisti, li mandano alle conferenze stampa, a fare le partite di calcio, in questura…

Avviamento alla professione…
Era ben diverso una volta. Quando sono stato avviato io, mi hanno messo in una redazione, mi davano una collaborazione mensile, lavoravo, facevo la cronaca, mi pagavano poco, ma ero comunque uno tra otto giornalisti. Due erano precari.

E i direttori come si sono comportati?
Complessivamente molto male. Per un anno e mezzo intimando alle redazioni di non parlare del contratto. Abbiamo fatto manifestazioni in giro per l’Italia, decine di conferenze stampa, spettacoli, nemmeno una riga. Silenzio tombale. I direttori hanno supportato sostanzialmente gli interessi delle aziende.

Non sono più i garanti delle autonomie redazionali?
Da tempo, almeno la maggior parte. Quelli dei grandi giornali hanno supportato gli editori avallando la commistione tra ruolo aziendale e giornalistico. Ma non posso dire che li abbiamo avuti come nemici nella vertenza. In alcuni casi hanno avuto a disposizione anche il numero di giornalisti sufficiente per consentire l’uscita della testata ma non l’hanno fatto, nonostante le aziende lo chiedessero. Hanno capito che con venti giornalisti su 300 significa fare un giornale dequalificato, un fogliaccio ributtante che avrebbe vulnerato la loro stessa dignità professionale. Comportamento non adottato dai direttori del Gruppo Riffeser, che si sono fatti il giornale coi vicedirettori, tre o quattro redattori capi e la massa dei precari.

I grandi quotidiani non rischiano di diventare tutti un po’ free press? Pensa alle migliaia di copie regalate in palestre e piscine.
Il prezzo di vendita dei quotidiani è bloccato da anni. E si riduce l’incidenza della vendita rispetto ai fatturati delle aziende. Problema serio. Penso però che ci siano margini, anche sul piano legislativo, per un miglioramento globale della situazione. Ma il problema è sempre lì: si riduce la qualità, l’interesse del pubblico è meno forte e se il quotidiano d’informazione di qualità abbassa il suo livello a quello della free press, perché devo andare a comprarmelo in edicola quando trovo il giornale gratis alla stazione? La free press ha una funzione importante, avviare alla lettura, ma nei grandi giornali la commercializzazione sta vincendo sulla qualità. E su questo piano vince la free press. Ovvero, vince Grauso.  

12 gennaio 2006

 
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