Taipei e Pechino, capitali separate ma legate. Nell’isola, il voto delle città è stato il test per le presidenziali 2008. di Sili da Taipei
Immaginate un Paese che prende il nome da una città lontana quasi duemila chilometri, i cui abitanti parlano una lingua e ritengono di condividere con quella città la storia. Avrete un’idea di che cosa sembra Pechino, la capitale della Repubblica Popolare Cinese, vista da Taipei, capitale della Repubblica di Cina, lontana da Pechino come Dublino da Roma: è come se la Britannia volesse essere ancora romana, perché popolata da genti che parlano il latino e che si sentono appartenere all’impero dei cesari.
Taiwan è l’isola dove si rifugiò il generale Chiang Kai-shek, quando nell’ottobre del 1949 il Partito Comunista Cinese vinse la guerra civile e Mao divenne il primo presidente della Cina comunista. è stata una sorta di protettorato americano sin quando, nel 1972, gli Usa hanno riconosciuto il governo di Pechino e Taiwan è diventata progressivamente una sorta di Paese fantasma, che ha relazioni economiche con tutti, ma privo di rapporti diplomatici ufficiali se non con pochissimi Stati, cinque in tutto il mondo; ma sta ormai perdendo anche questi. Infatti il mese scorso il presidente del Senegal ha telefonato al presidente taiwanese Chen Shui-bian e gli ha comunicato che il governo di Pechino era disposto a fornire un enorme sostegno economico al suo Paese in cambio del suo misconoscimento del governo di Taiwan, così in pochi giorni l’ambasciata del Senegal si è trasferita a Pechino e con lei tutti gli studenti senegalesi a Taipei. In occasione del prossimo Natale, per scongiurare che i colloqui fra il Vaticano e la Cina comunista vadano a buon fine - cosa assai improbabile al momento - e la Chiesa riconosca il governo di Pechino interrompendo le relazioni con Taiwan, l’ambasciatore taiwanese a Roma ha donato a Benedetto XVI centomila dollari.
Taiwan appare oggi un Paese asiatico moderno, ricco di infrastrutture e servizi sociali, dove il tenore di vita ha raggiunto il livello europeo; governato da una giovane democrazia parlamentare, con un ricco sistema di giornali che tengono costantemente nel mirino i casi di corruzione e malcostume. Proprio il 9 dicembre scorso si sono svolte le elezioni del sindaco di Taipei e di Kaohsiung, le due città principali dell’isola che ha in tutto 23 milioni di abitanti, la metà dell’Italia e circa la sessantesima parte della Cina continentale. Le elezioni sono state un importante test in vista delle elezioni presidenziali previste per il 2008, quando tutto il popolo sarà chiamato a scegliere il successore dell’attuale presidente, una sorta di leader padano alla cinese, espressione del partito che reclama una totale indipendenza ideale da Pechino. Si tratta in realtà di due entità politiche completamente separate, ma che vivono una sorta di simbiosi ideale: Pechino e Taiwan condividono infatti l’idea che esista “una sola Cina”, con la sottile differenza che non sono d’accordo su chi la governi: se Pechino, dove c’è un parlamento con alcuni seggi assegnati idealmente alla “provincia” di Taiwan, oppure il governo di Taipei che ha anch’esso un Parlamento dove siedono figurativamente rappresentanti di tutte le province della Cina continentale. Tale precario equilibrio ideologico è stato alterato negli ultimi anni da alcuni fattori. La ricca economia taiwanese ha compiuto ingenti investimenti nella Cina continentale, delocalizzandovi tutti i propri impianti industriali, in particolare quelli più inquinanti: si è quindi venuto a creare un intreccio economico fra “le due sponde dello stretto” - l’eufemismo geografico con il quale in Cina si parla dei rapporti con Taiwan, non potendo considerarle relazioni “internazionali” - che rende altamente improbabile e inopportuna a livello economico qualunque involuzione negativa nei rapporti fra i due Paesi. I principali sostenitori di tale politica sono i discendenti del Partito nazionalista di Chiang Kai-shek, ancora oggi fortemente radicato. A loro si oppone da qualche anno il Partito Democratico Progressista, che minaccia di dichiarare l’indipendenza formale dalla Cina e che ha avuto un forte sostegno fuori dalla capitale Taipei, presso la popolazione autoctona, sempre di origine cinese, ma residente qui da centinaia di anni, più povera e minacciata dalle spostamento delle principali attività commerciali in Cina, dove la manodopera costa un quinto che a Taiwan. L’eventuale dichiarazione d’indipendenza dell’isola dalla Cina, sempre promessa dall’attuale presidente, ma mai realizzata, avrebbe l’effetto di provocare la reazione militare di Pechino, che non ha mai misconosciuto la possibilità di ricorrere alla forza per “riportare” Taiwan sotto il controllo della Cina.
In effetti sembra un teatro delle ombre orientali, in cui quello che conta è più l’apparenza che la sostanza: i Paesi sono apparentemente separati, ma i cittadini delle due parti, previo permesso ma non passaporto, possono volare da una parte all’altra su aerei che non viaggiano direttamente fra Pechino e Taipei, ma fanno scalo ad Hong Kong cambiando semplicemente nome e numero. Fra le due sponde ci si telefona, ci si scambia la posta e si organizzano videoconferenze, sempre per tramite di Hong Kong, la ex colonia britannica passata alla Cina nel 1997, che ha però conservato la funzione di ponte fra Pechino e Taipei. Studiosi cinesi e taiwanesi si scambiano visite reciproche, partecipano insieme a simposi e si considerano un po’ come dei lontani cugini che si ritrovano dopo tanti anni ed evitano di parlare di attualità per non urtare la suscettibilità dell’altro, preferendo ricordare episodi del passato.
Se a Taipei sabato scorso ha vinto le elezioni un fautore di più morbidi rapporti con Pechino, nella città meridionale ha avuto la meglio, anche se di strettissima misura, un candidato del partito indipendentista, con il particolare che si tratta di una donna, la prima donna cinese a ricoprire un ruolo così importante nella storia moderna di questi due Paesi: almeno da questo punto di vista la bellissima isola di Formosa ha vinto una partita con la Cina comunista.
22 dicembre 2006 |