Parla George Monbiot, giornalista del “Guardian” e autore di best seller d’inchiesta. E spiega che per salvare il pianeta dobbiamo riconvertire la nostra economia. Rinunciando anche a volare. di Leonardo Clausi da Oxford
È un dicembre tra i più miti a memoria d’uomo, qui in Inghilterra: una decina di gradi sopra la media stagionale. Le vie di Oxford sono avvolte nel drizzle, la pioggerellina che sembra vapore acqueo. Incontriamo George Monbiot davanti alla Bodleian library, in mezzo a uno sciamare di studenti. Arriva, naturalmente, in bicicletta. Monbiot è editorialista del Guardian, e autore di svariati libri-inchiesta, tra cui il best seller L’età del consenso: un manifesto per un nuovo ordine mondiale. Una fama che ha trasformato il suo www.monbiot.com in uno tra i siti più visitati di un giornalista europeo. Oggi Monbiot ha una missione ambiziosa: tagliare le emissioni di anidride carbonica dei paesi industrializzati responsabili del surriscaldamento del pianeta del 90 per cento entro i prossimi 25 anni. È un compito che richiede un’enorme riconversione economica e culturale, e che per questo suona impossibile. Anche se nel suo nuovo libro Heat - How to stop the planet burning dimostra che non è esattamente così.
Mr Monbiot, il suo libro contiene un drammatico appello all’autoriduzione dell’uso di risorse energetiche nella vita quotidiana. Non crede sia una chiamata alle armi contro i principi fondanti del liberismo? Non c’è dubbio che il modello liberale non si curi dell’impatto ambientale e del cambiamento climatico. La sua ragion d’essere è educare all’idea di una prosperità crescente e legata alla crescita economica. Nessuno nega che la crescita economica procuri miglioramenti alla qualità della vita e al welfare. Ma è anche incompatibile con la necessità di arginare l’impatto ambientale dello sfruttamento indiscriminato di risorse. Il conflitto è duplice, per tutti noi: esterno, con i principi del neoliberalismo in generale, ma anche interno, in quanto riguarda i nostri sogni e i nostri desideri in particolare. Non sono un grande fan della crescita economica, ma so bene che minacciare di abolirla è tutt’altro che politicamente accattivante.
L’opinione pubblica sembra sensibile solo al rapporto Stern che denuncia i costi elevati del surriscaldamento del pianeta . Lei rivendica invece la necessità di agire per ragioni morali. In che senso? Sono arrivato alla conclusione che è solo per ragioni morali che dobbiamo agire a difesa dell’ambiente, molto prima di scrivere questo libro. Addurre come ragione la tutela di interessi economici è un motivo debole. Come abitanti di una regione temperata, gli effetti devastanti del cambiamento climatico - pensiamo ai cicloni e alle inondazioni - ci toccano relativamente. Siamo quelli che saranno colpiti di meno e per ultimi. È una profonda ironia e una grande tragedia. Se fossimo stati noi i paesi tropicali, avremmo già preso le misure necessarie e risolto il problema. Ci saremmo già accorti da un pezzo della desertificazione e di tutto il resto.
Anzi, la gente è contenta che in inverno fa meno freddo… E non posso dargli torto. Io stesso, a volte, penso che l’inquinamento sia una benedizione. Qui gli inverni vent’anni fa erano molto più rigidi. Certo, sono contento di non dovermi vestire come l’omino Michelin per andare a comprare il latte e di poter coltivare l’orto tutto l’inverno. Ma la nostra leggerezza rovina le vite di persone povere e vulnerabili in zone come Etiopia e Bangladesh. Dunque l’imperativo è morale. Mi preoccupa veder paragonare i costi dell’agire contro il cambiamento climatico con quelli del non agire: i primi hanno solo un costo monetario, i secondi un costo non misurabile in vite umane, distruzione di comunità e di ecosistemi. Pensiamo all’uragano Katrina: 75 miliardi di dollari. È questo il prezzo di chi è morto a New Orleans?
In un Paese come la Gran Bretagna, che ha fatto delle libertà individuali un dogma, realizzare i propositi del suo libro sembra davvero utopistico, non crede? Nel libro cerco di addolcire il più possibile la pillola, indicando soluzioni drastiche ma non del tutto lesive degli agi della vita contemporanea. E ci sono riuscito, tranne che per la libertà di volare. Dobbiamo rivedere il concetto di progresso e accettare l’idea che possa essere disgiunto dall’incessante aumento delle possibilità. Da ora in poi ci saranno meno possibilità. Quanto all’ accanita difesa delle libertà individuali in Gran Bretagna, sono d’accordo: se riusciamo a convincere gli inglesi, riusciremo a farcela ovunque.
Lei propone l’introduzione di una quota individuale di emissioni di anidride carbonica che chiama icecaps, calotte glaciali, ovvero una valuta da usare come il denaro. Ci spiega in cosa consisterebbe? Spesso ci accusiamo di essere troppo materialisti. Io credo che non lo siamo abbastanza. Non ci preoccupiamo di sapere da dove viene l’80 per cento di ciò che compone gli oggetti della nostra vita. È penoso dover considerare le conseguenze anche della minima azione quotidiana. Non possiamo più rilassarci: tutte le decisioni che prendiamo hanno una ricaduta da qualche parte. Com’è possibile che, bevendo il nostro caffè, contribuiamo alle alluvioni in Bangladesh? Sembra folle. Eppure è così. Dobbiamo abituarci a fare salti logici apparentemente assurdi.
Cosa fare con Cina e India? La scusa è che non vale la pena limitarsi, mentre questi giganti si stanno svegliando. Dobbiamo cominciare noi ad agire. Vedendo un’azione concreta da parte nostra si adegueranno anche loro. Per ora non siamo credibili: parliamo e basta. Per generazioni abbiamo cercato invano di cambiare il tempo pregando per la pioggia e ricorrendo inutilmente a ogni sorta di stratagemma. Oggi abbiamo sconvolto davvero il pianeta, senza nemmeno volerlo. Siamo di fronte a due moralità: pre e post climate change. La prima è quella standard: comportarsi bene nella vita in generale. La seconda spesso è in conflitto con la prima. Tuo fratello si sposa a Sydney? La prima t’impone di volare alla cerimonia. La seconda te lo vieta. È naturale che le persone siano confuse.
Nel libro parla della corruzione da parte di Exxon e Philip Morris di un fronte pseudoscientifico che nega il surriscaldamento del pianeta. L’America è ubriaca di benessere, come può dar retta alle sue teorie? Tanto per capirci: Schwarzenegger, che per alcuni ha fatto un passo drastico verso il taglio delle emissioni gassose in California, prevede di raggiungere nel futuro il livello odierno di quelle europee. Questa è la proporzione del problema. In Usa c’è un modello di sviluppo basato solo sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Ecco perché non siamo riusciti a vendere lì il libro. Tutte le case editrici rispondevano: «Gli americani non sono ancora pronti». Ma sono ottimista. In tutti i Paesi, l’opinione pubblica sta mettendo l’ambiente tra le prime cinque priorità, di poco sotto la salute, l’economia e ben al di sopra della lotta al terrorismo. Quello che si deve fare ora è colmare il gap tra questa percezione e la necessità di porvi rimedio. È questa la grande sfida che
ci attende.
8 dicembre 2006 |