Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero:«Basta con la criminalizzazione dei consumatori. Ma non ci sarà una nuova legge, si procederà per emendamenti». di Valentina Avon
Un terzo degli italiani nella vita si è fumato almeno uno spinello. In 350.000, fra i 15 e i 54 anni, si rollano una canna tutti i giorni, nel fine settimana gli appassionati diventano quasi due milioni (dati dell’ultima relazione parlamentare, riferiti al 2005). Se guardiamo al pianeta, 160 milioni di persone, il 4 per cento della popolazione mondiale, si fumano in un anno circa 50.000 tonnellate fra erba e hashish (dati Onu). In Afghanistan quest’anno hanno battuto ogni record: da 165.000 ettari hanno ricavato oltre 6.000 tonnellate di oppio, ovvero 600 tonnellate di eroina pura. Con il 90 per cento della produzione mondiale, l’Afghanistan è monopolista nel mercato delle sostanze, che fa girare annualmente l’equivalente del Pil di un paese europeo. E con l’oppio l’Afghanistan mette insieme la metà del suo, di Pil: una narcoeconomia che potrebbe realizzare un narcostato. Con la cocaina invece arriviamo a 700 tonnellate. Poi ci sono amfetamine e metamfetamine: 520 tonnellate. E le smart drugs: semi, foglie, radici da ogni dove del mondo che alterano le percezioni. E gli psicofarmaci. E il doping. E l’alcol.
Un mondo di dipendenti. Intossicati, avvelenati, magari solo nel weekend. Che fumano, sniffano, si iniettano, trangugiano sostanze psicoattive. E non una alla volta: la poliassunzione è il trend del terzo millennio: si sniffa si beve e si fuma in una sola serata. E si muore: di overdose, collasso cardiaco, incidente stradale, suicidio, violenza, malattia, 10.000 persone in Europa, ogni anno, stima per difetto. In Russia il governo ha calcolato fra 50 e 70.000 il numero delle vittime per stupefacenti: hanno superato i morti per alcol, 40.000 all’anno. Traffici, produzione e consumo aumentano, i prezzi calano. I clinici paventano un futuro di psicopatici, i chirurghi di cardiopatici, gli apocalittici di zombie. Tutto intorno, un fiorire di dipartimenti, studi, monitoraggi. Tavoli interministeriali e interdisciplinari, comunità, cattedratici, operatori bravi e generosi e apprendisti stregoni. In mezzo, visto anche il giro d’affari delle nostre cosche, sta l’Italia. Dove ovviamente non ci si fanno solo le canne. Cocaina: una o più volte al mese per 300.000, quotidianamente per 32.000, almeno una volta nella vita per quasi il 7 per cento. Eroina: ogni mese per 45.000, ogni giorno per 20.000, una volta è successo all’1,3 per cento.
Numeri, in Italia come nel mondo, in aumento costante, talvolta eclatante, da anni. È questo il panorama che la politica si trova a maneggiare. Con intenti proibizionisti, che hanno prodotto la nostra ultima legge, la Fini-Giovanardi, o più educativi, come quelli di Paolo Ferrero, il ministro della Solidarietà sociale. Ex vice premier ed ex ministro oltre che della legge sono gli artefici delle politiche del precedente governo Berlusconi: creazione di un Dipartimento antidroga sotto la presidenza del Consiglio, persecuzione penale o amministrativa per i consumatori. Politiche oggi ereditate da Ferrero, che già ha provveduto a riportare nel proprio ministero il Dipartimento, e sta lavorando con la Consulta delle tossicodipendenze, riunitasi per la prima volta martedì scorso. Con il supporto di Livia Turco, ministro della Salute con competenza sulle tabelle che definiscono farmaci e sostanze stupefacenti. Tabelle su cui si è già consumato un piccolo dramma, quando Livia Turco ha deciso per decreto (firmato anche da Ferrero) di innalzare da mezzo grammo a un grammo il limite di cannabis consentita per uso personale. Su quel mezzo grammo di erba abbiamo visto un’inedita coalizione bipartisan, Margherita e centrodestra, attaccare il decreto “in difesa della vita”.
Ministro, a palazzo tira una strana aria: è stato un piccolo scontro, ma potrebbe essere il preludio di una vera spaccatura sul tema droga? Nella maggioranza l’idea comune è che la Fini-Giovanardi va superata. Alcune delle obiezioni fatte al decreto Turco sono comunque riassumibili in un’ipotesi di nuova legge, quando chiedono di associare a un segnale di apertura l’attenzione alla prevenzione. Detto francamente: se dietro quel voto in commissione c’è un’estremizzazione ideologica allora diventa tutto molto complicato; se così non è, allora resta lo spazio per discutere in termini positivi di superamento della legge.
Superamento o abrogazione? È un tema che non mi appassiona. Il punto è fare un’altra politica. Procederemo con emendamenti su quel testo che lo riscrivano, ne modifichino la politica. Superamento è un buon termine.
Quali saranno quindi le prossime mosse? Intanto abbiamo lavorato perché nella Consulta ci fossero tutti: è vera, non è una consulta fatta a immagine e somiglianza del ministro. Il punto centrale è la non ideologizzazione del dibattito. Bisogna partire dalle evidenze scientifiche, dalle sperimentazioni, per arrivare ai quattro pilastri: lotta al narcotraffico, prevenzione, cura, riduzione del danno. Affrontare il problema in termini razionali, togliendo le inutili cattiverie sul corpo sociale, con una politica che riduca le dipendenze senza per questo criminalizzare i consumatori. Ragionare sulla base degli effetti negativi, dei danni. Da questo punto di vista per esempio penso che i superalcolici facciano peggio delle canne. Quindi la discriminante non è tanto legale/illegale, ma la pericolosità delle sostanze. Allora: un corretto compito di informazione deve smettere di parlare di droga, al singolare, e cominciare a parlare di droghe, al plurale, e di sostanze, e di dipendenze.
Non c’è solo la galera, per i consumatori: toglierete anche le sanzioni amministrative? Per quanto mi riguarda la risposta è sì.
Per tornare alle tabelle, le modificherete ancora? Le tabelle non devono definire una quantità, ma le sostanze, sulla base della pericolosità. È una follia fissare la quantità come base per stabilire se è spaccio e consumo, su questo deve essere il giudice a decidere.
Non sarà comunque un percorso facile. Lo Stato deve decidere cosa vuole fare: se agire sul versante della pena, criminalizzando i consumatori, o se agire su quello della prevenzione, e quindi dell’informazione, della discussione. Penso che lo Stato debba fare questa seconda cosa. Informazione e prevenzione sono il passo decisivo. Questi anni in cui si è parlato di droga al singolare hanno prodotto disastri conoscitivi. C’è bisogno di corretta informazione sulle sostanze, alcolici compresi.
Molti però vivono con uno stile di vita che comprende gli stupefacenti. E tendono a volte a imputare il danno all’uso scorretto piuttosto che alla stessa sostanza. È un livello di percezione che mi sembra abbia dei grandi rimossi. Il grado di consapevolezza è importante, compresa l’informazione tra pari. Solo non credo sia così elevato. E quindi credo che l’apertura di una vera discussione possa servire. Poi è evidente che c’è anche un “male di vivere”, e che con le sostanze si tratta di convivere, non penso sia possibile abolirle. Il problema è come ci si convive: quando gli usi diventano abusi, quando si usano le sostanze più pericolose. Non penso che
ci sia una legge capace di risolvere il problema, c’è solo una legge che permette di essere efficaci.
8 dicembre 2006 |